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Quella che noi oggi indichiamo
come Nazionale delle Puglie, specificata con varia toponomastica nei
tratti dei comuni che
attraversa, è l’antica “via Adrianea” nota fin dal II secolo d. C. .
Essa collegava la colonia greca di Cuma con l’Ager Nolanus e il nome le
derivava dall’Imperatore Publio Elio Adriano, morto a Baia nel 138 d.
C., mentre trascorreva gli ultimi anni della sua vita sul litorale
campano. Questo importante dato storico si rileva, finalmente,
attraverso la lettura dell’antologica opera di Francesco Aliperti,
“L’Opicia preromana e romana”, edita dalla LER la cui presentazione
abbiamo seguito con piacere, in Sala consiliare del Comune di Marigliano,
il 12 novembre del 2005.
Il riferimento agli antichi popoli,
come quello autoctono degli Osci, ci rimanda ad un tempo di vita i cui
ritmi naturali erano scanditi dall’assenza di macchine e motori. A noi,
abitatori del frenetico tempo e dello rattrappito spazio del terzo
millennio, oltre alla memoria resta la possibilità di riscoprirne la
lentezza semplicemente concedendosi una escursione pedonale, in un
tratto accessibile e non troppo faticoso per chi, ormai, è prigioniero
della sedentarietà.
I dati ci dicono della nostra
crescente immobilizzazione, come riferito, consultando la rivista
internazionale “Nature Medicine”, da Francesco Bottaccioli sul
settimanale “Salute-La Repubblica”, (gennaio 2006) , sull’aumentata
tendenza a non camminare negli ultimi venti anni “con una diminuzione di
oltre il 20% della quantità di chilometri annui percorsi a piedi da
ognuno di noi; il fatto più grave è che sono soprattutto i bambini a non
muovere più un passo: il calo nella fascia di età tra i 5 e i 10 anni è
stato del 27% e addirittura del 30% nella fascia degli adolescenti dagli
11 ai 15 anni”.
Ebbene, non dobbiamo arrenderci!
Risvegliamoci con una camminata, un walking come la chiamano gli
anglosassoni, un micro walkabout per citare, sia pure impropriamente, la
millenaria cultura degli aborigeni australiana, un trekking urbano o
semplicemente un omaggio all’antico nomadismo umano. Eccoci dunque sul
piede di partenza e, passo dopo passo tra storia e quotidianità,
ripercorriamo un tratto della Nazionale Nazionale delle Puglie partendo
da Marigliano per giungere a Pomigliano D’Arco, finalmente senza
macchina in uno slow moviment di bipede umano.
Ci fa da viatico il pensiero della
terapeuta Mechthild Scheffer la quale afferma che camminare è anche una
espressione salutare perché “a chi cammina non si muovono solo gli
astratti pensieri nel cervello, ma si mettono in movimento carne e
sangue, così le sapienze inconsce depositate negli organi possono
mobilizzarsi, montare in alto e riaffiorare nella coscienza”. Nel nostro
caso coglieremo quel che c’è, quello che ci suggeriscono il panorama
immediato e le testimonianze storiche con la possibilità che abbiamo di
fermarci, attardarci, guardare, fissare, passare oltre, salutare,
pensare o prendere appunti con una rinnovata intenzione verso la vita
quotidiana ed il paesaggio urbano.
Uscendo dalla Villa comunale ci
lasciamo alle spalle il monumento, dedicato “Pro Patria”, ai caduti
della Grande Guerra (1915-1919) dal “Popolo di Marigliano nel IV
Anniversario della Vittoria” su una massiccia colonna granitica. Sulla
Nazionale, qui corso Umberto I, si apprezza, nella vissuta casa di
ringhiera del secondo piano del palazzo di fronte, lo sventolio
giallo-verde delle vissute bandiere di Lega Ambiente, un avamposto
ambientalista. Deambulando nella direzione di Pomigliano D’Arco seguiamo
il perimetro della testimonianza mussoliniana nell’architettura della
Casa littoria e poi quello postunitario del Palazzo comunale dove,
all’ingresso è scolpito l’anno 1862 e sulla facciata, si legge il
ringraziamento “Al magnanime Re / UMBERTO I / che con decreto / del XVI
gennaio MDCCCXCVI / concedeva a Marigliano / il titolo di / CITTA’ /. Il
Comune riconoscente / MCMVII ”.
La piazza sottostante, lo stesso
municipio, l’esattoria comunale, il circolo dell’Unione, l’otto giugno
del 1959 furono lo scenario della rivolta dei contadini per
l’abbassamento del prezzo delle patate, loro unica fonte di
sostentamento, comprate a 6 lire al chilo alla produzione e rivendute a
35 lire sul mercato. Gli scontri con la polizia portarono a 100 arresti,
oltre a numerosi feriti, tutti provenienti dai paesi che stiamo
attraversando con questa camminata.
Il primo incrocio stradale porta a
sinistra al Convento dei francescani frati minori di San Vito e a destra
alla Chiesa di S. Maria delle Grazie la cui costruzione della chiesa, a
croce latina in un’unica navata e cinque cappelle per lato, risale
all’anno 1000. Divenuta Collegiata nel 1494 ad opera di Alberigo da
Carafa I feudatario di Marigliano, fu per volere dei Mastrilli, nel
1633, ulteriormente ampliata ed abbellita con tele di Domenico Antonio
Vaccaro e di Ludovico Mazzanti. In essa hanno dimora le statue dei Santi
Protettori Sebastiano, Rocco e Vito.
Il bellissimo basolato scuro,
figlio della lavorazione della pietra lavica del Vesuvio permette un
calpestìo solido accompagnato dalle linee poligonali che invitano a
zigzagare sui blocchi posti in varie misure e con recenti azioni di
bucciardatura che assicurano l’appoggio antisdrucciolo per i piedi.
Siamo giunti all’altezza di quello
che fu il ponte sopra il lagno, ora coperto, cementificato e asfaltato,
la cui origine è nella vasca dove il Monte Somma degrada in pianura. A
questo punto i ricordi personali assumono l’immagine del libero sciamare
di migliaia di ragazzi che nel “Giorno della scampagnata” occupavano
gioioso quell’invaso, trionfo di prateria ad ogni primavera.
L’imitazione dei giochi erano spesso le citazioni cinematografiche
assunte dalla visione di western di quando si proiettava “ ‘o cinema
‘ncoppo ‘o ponte” nella sala ora diventata un centro commerciale.
Lasciandoci alle spalle il
centro di Marigliano ci avviamo verso Mariglianella costeggiando
l’opificio tipografico dell’Istituto Anselmi rigoroso esempio di
attività religiose, sociali, formative e produttive di successo.
Più avanti, passando sotto Villa
Galdi, una tristezza ci coglie osservando il vestito di perenne cantiere
che da decenni avvolge quella maestosa, bella e colorata costruzione che
ancora oggi ospita qualcuno di quella famiglia dedito alla ricerca, allo
studio e alla divulgazione e tutela del nostro patrimonio di arte,
storia e cultura. Eccoci ora
sfiorare Lausdomini, cogliendo per un momento il punto di fuga in fondo
al corso Campano che ci conduce verso le distese del Ponte dei Cani
lungo la rete dei regi lagni borbonici. Là fluiva il corso dello
scomparso fiume Clanio e su quelle sponde si avvicendarono popoli
dell’antica Campania Felix confrontandosi in sanguinose battaglie.
Entrati in Mariglianella, attraversando una
macchia orientaleggiante di sei palme da datteri, con uno spicchio
d’occhio si saluta la dismessa stazione della Circumvesuviana, l’ultima
a portare il nome del paese scomparso poi del tutto dal nuovo faraonico
tratto in sopraelevata, oltre il cimitero comunale, nella straniante
dimensione di un “non luogo” postmoderno.
I marciapiedi di via Marconi, ridiventano di
asfalto ma sono molto ampi e danno un senso di libertà e sicurezza, un
vasto respiro coglie il passante, abituato con sofferenza, ai
claustrofobici spazi ristretti dei centri storici e della totale
invasione dei mezzi a motore. Buttando lo sguardo a periscopio, la
curiosità è attivata da cinque ruote di granito fasciate in ferro e
solcate da canaletti sulle facciate interne con un foro ferrato al
centro: sono la testimonianza del mulino Itri che una volta produceva le
farine dalle granaglie che i contadini portavano dai loro campi con
carri, muli, cavalli, vacche e più tardi con trattori, furgoni e
camioncini, fino a circa trenta anni fa.
La passeggiata sulle Taverne evoca la sosta ai
pellegrini che da Napoli si recavano a Montevergine o dei carrettieri
che collegavano la provincia interna con il capoluogo.
Se si è in compagnia di una dolce e bella ragazza
si potrà citare la vecchia canzone “Nu poco ‘e sentimento” di Peppino
Villani e Gaetano Lama:“Io vèngo a père da ‘a Mariglianella / e mme
songo partuta a matutino… / me so’ fermata a ogne cantenélla / e
mma’aggio fatto ‘nu bicchiere ‘e vino! / E mo sapite ‘ncuorpo che mme
sento? / ‘A voglia ‘e fa ‘nu poco … ‘e sentimento…” e chissà, trarre
così un qualche buon romantico auspicio.
In effetti una sosta ristoratrice presso qualche
locale, fra quelli che stanno ritornando ad animare le Taverne di
Mariglianella, ci sta bene anche per riposare dopo la partenza da
Marigliano. Più freschi
riprendiamo la passeggiata. Subito uno striscione verticale ci saluta
dall’alto della redazione de “Il Paese” che ha compiuto il suo primo
decennale (1996-2006) quale “voce dell’Altra Provincia”. Intercettiamo
poi la Chiesetta della Madonna della Sanità in un luogo storico che ci
restituisce parte della biografia del venerabile Carlo Carafa (Mariglianella
1561-Napoli 1631) che iniziò con incertezze la sua vita irrequieta ed
insalubre e la finì a 72 anni compiendola con una grande missione
religiosa dedicandosi ai poveri, alla preghiera e alla dottrina
cristiana e cattolica. La memoria personale invece ci porta all’asilo
delle suore domenicane ed al ricordo di suor Lorenza e dei cari amici di
infanzia. Con loro siamo cresciuti, poi, alle scuole elementari con il
bravo insegnante Antonio Di Sarno e quindi alle scuole medie, succursali
della “De Ruggiero” di Brusciano.
Ed è proprio a Brusciano “Comune
d’Europa” che siamo giunti, dopo aver oltrepassato “la spada di Damocle”
sospesa sul traffico veicolare, nella forma di una mastodontica insegna
posta all’uscita come all’entrata di Mariglianella.
Un pino secolare solitario svetta sula Nazionale
intitolata a Camillo Cucca (Brusciano 1829-Napoli 1893) ispettore della
Regia Marina morto per causa di servizio in seguito ad una missione
sanitaria.
Quel pino segna anche il limite
delle proprietà che una volta erano della famiglia De Ruggiero il cui
massimo esponente nella storia contemporanea è Guido De Ruggiero (Napoli
1888- Roma 1948), storico della filosofia, antifascista, ministro della
Pubblica Istruzione del primo governo Bonomi dopo la caduta del fascismo.
Egli riposa nella cappella gentilizia di famiglia, nel locale cimitero,
dove l’epitaffio di Benedetto Croce ci ricorda che, “…auspicando / in
tempi oscuri il ritorno alla ragione / fu alle nuove generazioni
d’Italia / maestro ed apostolo di fede nell’umanità”.
Andando verso il centro si
passeggia sui nuovi marciapiedi in cubetti di porfido e passeggiata in
pietra vulcanica. I varchi di accesso ai portoni ritornano al
tradizionale basolato e alle volte di ingresso in piperno e si rimandano
quasi a specchio con l’architettura dei vecchi palazzi costruiti con le
pietre in tufo in un modulo ripetuto che dà un ritmo regolare allo
sguardo ed al passo d’uomo.
L’incrocio, baricentro del tratto bruscianese, della Nazionale porta a
monte verso Somma Vesuviana e a valle verso il centro storico con via
Semmola, un casato qui presente ininterrottamente dalla fine del 1500
all’inizio del 1900. Di esso vanno ricordati esponenti che hanno dato
lustro alla politica, alla medicina, alla farmacologia e all’impegno
filantropico.
La novella “Piazza XI
Settembre”, poco distante dal viandante, collega questa parte di mondo
con le tragedie e le aspirazioni solidaristiche internazionali.Andando
oltre, una simpatica rientranza ci accoglie con la ristrutturata
“Piazzetta San Sebastiano”, un alberello di ulivo e la Chiesetta di San
Sebastiano Martire. La cappella della famiglia nel 1866 divenne per
donazione chiesa parrocchiale che ora ha sede presso il maestoso
complesso di via De Ruggiero diretto da Don Giovanni Lo Sapio.
Superando la Casa comunale ci approssimiamo a quello che una volta era
un favoloso luogo denominato “ ‘ncoppo ‘a mulara ”.
In passato, ove ora è tutto colmo e coperto da abitazioni mentre sulla
sopraelevata strada ferrata passano i treni della Circumvesuviana, si
scendeva nel gigantesco cratere prodotto dall’uomo con le antiche
attività estrattive del piperno. Qui ci si inoltrava in un ambiente
selvaggio con fauna spontanea e, al livello più basso, si giungeva ad
una piscina d’acqua piovana che d’estate richiamava frotte di ragazzi
che si avventuravano sul “Lido Lubiam”. L’insegna era suggerita dalla
scritta su di un cartellone pubblicitario che incentivava i primi
consumi, figli di un miracolo economico collocato altrove in Italia.
Ma la storia antica ci riporta a drammatici episodi come quello
dell’uccisione, per mano dei briganti, del sindaco di Castelcisterna
Francesco Calabrese, piperniere di 60 anni.
Ed eccoci, quindi, a Castelcisterna che ci accoglie con la bella
pavimentazione in porfido dei marciapiedi che però scompaiono del tutto
nella strozzatura prima della sede comunale. La chiesa parrocchiale che
svetta maestosa sulla via Nazionale, corso Vittorio Emanuele, è
un’abbazia la cui costruzione risale al 1766 e fu inaugurata nel 1775 e
dedicata a San Nicola di Bari. Ma interessanti tracce portano
addirittura ai monaci di Montevergine e a Guglielmo da Vercelli giunto
in questa parte del mondo nel 1134, con il beneficio di una donazione da
parte di Ruggiero II comprendente Castelcisterna.
Siamo ormai alle porte di Pomigliano D’Arco si incrociano le grandi vie
di comunicazioni provinciali, statali, autostradali che servono al
traffico cittadino, allo scambio delle merci, alle forniture dei grandi
centri commerciali e delle industrie e allo smistamento dei loro
prodotti. E proprio a quel mondo industriale si ispira la collocazione
dell’Istituto Tecnico “Barsanti”.
Regina della storia industriale locale è l’Anonima Lombarda Fabbrica
Automobili che, in liquidazione ne1 1915, passò nelle mani di Nicola
Romeo, ingegnere napoletano. Dopo la Prima Guerra Mondiale divenne Alfa
Romeo e nel 1938, sotto il controllo dell’I.R.I., venne costruita questa
fabbrica a Pomigliano. Sempre qui nel 1967 nasceva la famigerata Alfasud
che trasformò migliaia di muratori, artigiani e contadini in operai
metalmeccanici. Nel 1986 tutto il gruppo Alfa Romeo passò alla FIAT. Il
trentennale “Gruppo Operaio ‘E Zezi” il cui leader è Angelo De Falco ha
cantato per anni la sofferta mutazione antropologica che ha accompagnato
tale esperienza industriale. Oggi Pomigliano è una cittadina che con il
suo tenore di vita, di cultura, di servizi pubblici e di movimenti
culturali offre un esempio positivo per l’intera zona. Noi ci fermiamo
qui, all’altezza della vecchia stazione Circumvesuviana, dove la
Nazionale diventata via Mauro Leone prosegue come via Roma, verso
Napoli. La camminata è terminata con qualche conoscenza in più
rallentando il tempo e soffermandoci sulle cose, i ricordi, gli affetti,
i pensieri e “scoprire, strada facendo, l’invisibile nelle cose
incontrate”. Lo afferma Duccio Demetrio nella sua recente opera
“Filosofia del camminare. Esercitazione di meditazione mediterranea” ,
edita da Cortina editore, che consigliamo di leggere. E riparlarne, poi,
con gli amici durante una lunga passeggiata.
Antonio Castaldo
Gennaio 2006
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