A Passo Lento tra Arte, Storia e Memoria.

di Dr. Antonio Castaldo
 
 

Quella che noi oggi indichiamo come Nazionale delle Puglie, specificata con varia toponomastica nei tratti dei comuni che attraversa, è l’antica “via Adrianea” nota fin dal II secolo d. C. . Essa collegava la colonia greca di Cuma con l’Ager Nolanus e il nome le derivava dall’Imperatore Publio Elio Adriano, morto a Baia nel 138 d. C., mentre trascorreva gli ultimi anni della sua vita sul litorale campano. Questo importante dato storico si rileva, finalmente, attraverso la lettura dell’antologica opera di Francesco Aliperti, “L’Opicia preromana e romana”, edita dalla LER la cui presentazione abbiamo seguito con piacere, in Sala consiliare del Comune di Marigliano, il 12 novembre del 2005.

Il riferimento agli antichi popoli, come quello autoctono degli Osci, ci rimanda ad un tempo di vita i cui ritmi naturali erano scanditi dall’assenza di macchine e motori. A noi, abitatori del frenetico tempo e dello rattrappito spazio del terzo millennio, oltre alla memoria resta la possibilità di riscoprirne la lentezza semplicemente concedendosi una escursione pedonale, in un tratto accessibile e non troppo faticoso per chi, ormai, è prigioniero della sedentarietà.

I dati ci dicono della nostra crescente immobilizzazione, come riferito, consultando la rivista internazionale “Nature Medicine”, da Francesco Bottaccioli sul settimanale “Salute-La Repubblica”, (gennaio 2006) , sull’aumentata tendenza a non camminare negli ultimi venti anni “con una diminuzione di oltre il 20% della quantità di chilometri annui percorsi a piedi da ognuno di noi; il fatto più grave è che sono soprattutto i bambini a non muovere più un passo: il calo nella fascia di età tra i 5 e i 10 anni è stato del 27% e addirittura del 30% nella fascia degli adolescenti dagli 11 ai 15 anni”.

Ebbene, non dobbiamo arrenderci! Risvegliamoci con una camminata, un walking come la chiamano gli anglosassoni, un micro walkabout per citare, sia pure impropriamente, la millenaria cultura degli aborigeni australiana, un trekking urbano o semplicemente un omaggio all’antico nomadismo umano. Eccoci dunque sul piede di partenza e, passo dopo passo tra storia e quotidianità, ripercorriamo un tratto della Nazionale Nazionale delle Puglie partendo da Marigliano per giungere a Pomigliano D’Arco, finalmente senza macchina in uno slow moviment di bipede umano.

Ci fa da viatico il pensiero della terapeuta Mechthild Scheffer la quale afferma che camminare è anche una espressione salutare perché “a chi cammina non si muovono solo gli astratti pensieri nel cervello, ma si mettono in movimento carne e sangue, così le sapienze inconsce depositate negli organi possono mobilizzarsi, montare in alto e riaffiorare nella coscienza”. Nel nostro caso coglieremo quel che c’è, quello che ci suggeriscono il panorama immediato e le testimonianze storiche con la possibilità che abbiamo di fermarci, attardarci, guardare, fissare, passare oltre, salutare, pensare o prendere appunti con una rinnovata intenzione verso la vita quotidiana ed il paesaggio urbano.    

Uscendo dalla Villa comunale ci lasciamo alle spalle il monumento, dedicato “Pro Patria”, ai caduti della Grande Guerra (1915-1919) dal “Popolo di Marigliano nel IV Anniversario della Vittoria” su una massiccia colonna granitica. Sulla Nazionale, qui corso Umberto I, si apprezza, nella vissuta casa di ringhiera del secondo piano del palazzo di fronte, lo sventolio giallo-verde delle vissute bandiere di Lega Ambiente, un avamposto ambientalista. Deambulando nella direzione di Pomigliano D’Arco seguiamo il perimetro della testimonianza mussoliniana nell’architettura della Casa littoria e poi quello postunitario del Palazzo comunale dove, all’ingresso è scolpito l’anno 1862 e sulla facciata, si legge il ringraziamento “Al magnanime Re / UMBERTO I / che con decreto / del XVI gennaio MDCCCXCVI / concedeva a Marigliano / il titolo di / CITTA’ /. Il Comune riconoscente / MCMVII ”.

La piazza sottostante, lo stesso municipio, l’esattoria comunale, il circolo dell’Unione, l’otto giugno del 1959 furono lo scenario della rivolta dei contadini per l’abbassamento del prezzo delle patate, loro unica fonte di sostentamento, comprate a 6 lire al chilo alla produzione e rivendute a 35 lire sul mercato. Gli scontri con la polizia portarono a 100 arresti, oltre a numerosi feriti, tutti provenienti dai paesi che stiamo attraversando con questa camminata.

Il primo incrocio stradale porta a sinistra al Convento dei francescani frati minori di San Vito e a destra alla Chiesa di S. Maria delle Grazie la cui costruzione della chiesa, a croce latina in un’unica navata e cinque cappelle per lato, risale all’anno 1000. Divenuta Collegiata nel 1494 ad opera di Alberigo da Carafa I feudatario di Marigliano, fu per volere dei Mastrilli, nel 1633, ulteriormente ampliata ed abbellita con tele di Domenico Antonio Vaccaro e di Ludovico Mazzanti. In essa hanno dimora le statue dei Santi Protettori Sebastiano, Rocco e Vito.

 Il bellissimo basolato scuro, figlio della lavorazione della pietra lavica del Vesuvio permette un calpestìo solido accompagnato dalle linee poligonali che invitano a zigzagare sui blocchi posti in varie misure e con recenti azioni di bucciardatura che assicurano l’appoggio antisdrucciolo per i piedi.       

Siamo giunti all’altezza di quello che fu il ponte sopra il lagno, ora coperto, cementificato e asfaltato, la cui origine è nella vasca dove il Monte Somma degrada in pianura. A questo punto i ricordi personali assumono l’immagine del libero sciamare di migliaia di ragazzi che nel “Giorno della scampagnata” occupavano gioioso quell’invaso, trionfo di prateria ad ogni primavera. L’imitazione dei giochi erano spesso le citazioni cinematografiche assunte dalla visione di western di quando si proiettava “ ‘o cinema ‘ncoppo ‘o ponte” nella sala ora diventata un centro commerciale.

 Lasciandoci alle spalle il centro di Marigliano ci avviamo verso Mariglianella costeggiando l’opificio tipografico dell’Istituto Anselmi rigoroso esempio di attività religiose, sociali, formative e produttive di successo.                             

Più avanti, passando sotto Villa Galdi, una tristezza ci coglie osservando il vestito di perenne cantiere che da decenni avvolge quella maestosa, bella e colorata costruzione che ancora oggi ospita qualcuno di quella famiglia dedito alla ricerca, allo studio e alla divulgazione e tutela del nostro patrimonio di arte, storia e cultura.

Eccoci ora sfiorare Lausdomini, cogliendo per un momento il punto di fuga in fondo al corso Campano che ci conduce verso le distese del Ponte dei Cani lungo la rete dei regi lagni borbonici. Là fluiva il corso dello scomparso fiume Clanio e su quelle sponde si avvicendarono popoli dell’antica Campania Felix confrontandosi in sanguinose battaglie.

Entrati in Mariglianella, attraversando una macchia orientaleggiante di sei palme da datteri, con uno spicchio d’occhio si saluta la dismessa stazione della Circumvesuviana, l’ultima a portare il nome del paese scomparso poi del tutto dal nuovo faraonico tratto in sopraelevata, oltre il cimitero comunale, nella straniante dimensione di un “non luogo” postmoderno.

I marciapiedi di via Marconi, ridiventano di asfalto ma sono molto ampi e danno un senso di libertà e sicurezza, un vasto respiro coglie il passante, abituato con sofferenza, ai claustrofobici spazi ristretti dei centri storici e della totale invasione dei mezzi a motore. Buttando lo sguardo a periscopio, la curiosità è attivata da cinque ruote di granito fasciate in ferro e solcate da canaletti sulle facciate interne con un foro ferrato al centro: sono la testimonianza del mulino Itri che una volta produceva le farine dalle granaglie che i contadini portavano dai loro campi con carri, muli, cavalli, vacche e più tardi con trattori, furgoni e camioncini, fino a circa trenta anni fa.

La passeggiata sulle Taverne evoca la sosta ai pellegrini che da Napoli si recavano a Montevergine o dei carrettieri che collegavano la provincia interna con il capoluogo.

Se si è in compagnia di una dolce e bella ragazza si potrà citare la vecchia canzone “Nu poco ‘e sentimento” di Peppino Villani e Gaetano Lama:“Io vèngo a père da ‘a Mariglianella / e mme songo partuta a matutino… / me so’ fermata a ogne cantenélla / e mma’aggio fatto ‘nu bicchiere ‘e vino! / E mo sapite ‘ncuorpo che mme sento? / ‘A voglia ‘e fa ‘nu poco … ‘e sentimento…” e chissà, trarre così un qualche buon romantico auspicio.

In effetti una sosta ristoratrice presso qualche locale, fra quelli che stanno ritornando ad animare le Taverne di Mariglianella, ci sta bene anche per riposare dopo la partenza da Marigliano.

Più freschi riprendiamo la passeggiata. Subito uno striscione verticale ci saluta dall’alto della redazione de “Il Paese” che ha compiuto il suo primo decennale (1996-2006) quale “voce dell’Altra Provincia”. Intercettiamo poi la Chiesetta della Madonna della Sanità in un luogo storico che ci restituisce parte della biografia del venerabile Carlo Carafa (Mariglianella 1561-Napoli 1631) che iniziò con incertezze la sua vita irrequieta ed insalubre e la finì a 72 anni compiendola con una grande missione religiosa dedicandosi ai poveri, alla preghiera e alla dottrina cristiana e cattolica. La memoria personale invece ci porta all’asilo delle suore domenicane ed al ricordo di suor Lorenza e dei cari amici di infanzia. Con loro siamo cresciuti, poi, alle scuole elementari con il bravo insegnante Antonio Di Sarno e quindi alle scuole medie, succursali della “De Ruggiero” di Brusciano.

Ed è proprio a Brusciano “Comune d’Europa” che siamo giunti, dopo aver oltrepassato “la spada di Damocle” sospesa sul traffico veicolare, nella forma di una mastodontica insegna posta all’uscita come all’entrata di Mariglianella.

Un pino secolare solitario svetta sula Nazionale intitolata a Camillo Cucca (Brusciano 1829-Napoli 1893) ispettore della Regia Marina morto per causa di servizio in seguito ad una missione sanitaria.

Quel pino segna anche il limite delle proprietà che una volta erano della famiglia De Ruggiero il cui massimo esponente nella storia contemporanea è Guido De Ruggiero (Napoli 1888- Roma 1948), storico della filosofia, antifascista, ministro della Pubblica Istruzione del primo governo Bonomi dopo la caduta del fascismo. Egli riposa nella cappella gentilizia di famiglia, nel locale cimitero, dove l’epitaffio di Benedetto Croce ci ricorda che, “…auspicando / in tempi oscuri il ritorno alla ragione / fu alle nuove generazioni d’Italia / maestro ed apostolo di fede nell’umanità”.

Andando verso il centro si passeggia sui nuovi marciapiedi in cubetti di porfido e passeggiata in pietra vulcanica. I varchi di accesso ai portoni ritornano al tradizionale basolato e alle volte di ingresso in piperno e si rimandano quasi a specchio con l’architettura dei vecchi palazzi costruiti con le pietre in tufo in un modulo ripetuto che dà un ritmo regolare allo sguardo ed al passo d’uomo.

L’incrocio, baricentro del tratto bruscianese, della Nazionale porta a monte verso Somma Vesuviana e a valle verso il centro storico con via Semmola, un casato qui presente ininterrottamente dalla fine del 1500 all’inizio del 1900. Di esso vanno ricordati esponenti che hanno dato lustro alla politica, alla medicina, alla farmacologia e all’impegno filantropico.

 La novella “Piazza XI Settembre”, poco distante dal viandante, collega questa parte di mondo con le tragedie e le aspirazioni solidaristiche internazionali.Andando oltre, una simpatica rientranza ci accoglie con la ristrutturata “Piazzetta San Sebastiano”, un alberello di ulivo e la Chiesetta di San Sebastiano Martire. La cappella della famiglia nel 1866 divenne per donazione chiesa parrocchiale che ora ha sede presso il maestoso complesso di via De Ruggiero diretto da Don Giovanni Lo Sapio.

Superando la Casa comunale ci approssimiamo a quello che una volta era un favoloso luogo denominato “ ‘ncoppo ‘a mulara ”.

In passato, ove ora è tutto colmo e coperto da abitazioni mentre sulla sopraelevata strada ferrata passano i treni della Circumvesuviana, si scendeva nel gigantesco cratere prodotto dall’uomo con le antiche attività estrattive del piperno. Qui ci si inoltrava in un ambiente selvaggio con fauna spontanea e, al livello più basso, si giungeva ad una piscina d’acqua piovana che d’estate richiamava frotte di ragazzi che si avventuravano sul “Lido Lubiam”. L’insegna era suggerita dalla scritta su di un cartellone pubblicitario che incentivava i primi consumi, figli di un miracolo economico collocato altrove in Italia.

Ma la storia antica ci riporta a drammatici episodi come quello dell’uccisione, per mano dei briganti, del sindaco di Castelcisterna Francesco Calabrese, piperniere di 60 anni.

Ed eccoci, quindi, a Castelcisterna che ci accoglie con la bella pavimentazione in porfido dei marciapiedi che però scompaiono del tutto nella strozzatura prima della sede comunale. La chiesa parrocchiale che svetta maestosa sulla via Nazionale, corso Vittorio Emanuele, è un’abbazia la cui costruzione risale al 1766 e fu inaugurata nel 1775 e dedicata a San Nicola di Bari. Ma interessanti tracce portano addirittura ai monaci di Montevergine e a Guglielmo da Vercelli giunto in questa parte del mondo nel 1134, con il beneficio di una donazione da parte di Ruggiero II comprendente Castelcisterna.


Siamo ormai alle porte di Pomigliano D’Arco si incrociano le grandi vie di comunicazioni provinciali, statali, autostradali che servono al traffico cittadino, allo scambio delle merci, alle forniture dei grandi centri commerciali e delle industrie e allo smistamento dei loro prodotti. E proprio a quel mondo industriale si ispira la collocazione dell’Istituto Tecnico “Barsanti”.

Regina della storia industriale locale è l’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili che, in liquidazione ne1 1915, passò nelle mani di Nicola Romeo, ingegnere napoletano. Dopo la Prima Guerra Mondiale divenne Alfa Romeo e nel 1938, sotto il controllo dell’I.R.I., venne costruita questa fabbrica a Pomigliano. Sempre qui nel 1967 nasceva la famigerata Alfasud che trasformò migliaia di muratori, artigiani e contadini in operai metalmeccanici. Nel 1986 tutto il gruppo Alfa Romeo passò alla FIAT. Il trentennale “Gruppo Operaio ‘E Zezi” il cui leader è Angelo De Falco ha cantato per anni la sofferta mutazione antropologica che ha accompagnato tale esperienza industriale. Oggi Pomigliano è una cittadina che con il suo tenore di vita, di cultura, di servizi pubblici e di movimenti culturali offre un esempio positivo per l’intera zona. Noi ci fermiamo qui, all’altezza della vecchia stazione Circumvesuviana, dove la Nazionale diventata via Mauro Leone prosegue come via Roma, verso Napoli. La camminata è terminata con qualche conoscenza in più rallentando il tempo e soffermandoci sulle cose, i ricordi, gli affetti, i pensieri e “scoprire, strada facendo, l’invisibile nelle cose incontrate”. Lo afferma Duccio Demetrio nella sua recente opera “Filosofia del camminare. Esercitazione di meditazione mediterranea” , edita da Cortina editore, che consigliamo di leggere. E riparlarne, poi, con gli amici durante una lunga passeggiata.

Antonio Castaldo
Gennaio 2006

 

Website: The History Box.com
Article Name: A Passo Lento tra Arte, Storia e Memoria. di Antonio Castaldo
   

Source:

Dr. Antonio Castaldo, Journalist and Head of the Press Office for the City of Bruciano, Naples, Italy
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